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Articoli - Yoga
Scritto da Emanuela Carboni   

ganesh con figura femminile da fotolia 

                    YOGA

A cura di Emanuela Carboni - A.C.S.D.  "IL FIORE D'ORO"

Significato generale

L'etimologia del termine yoga ci avvia alla comprensione del suo significato, tutto implicito nella radice indoeuropea yuj, che significa "tenere stretto", "unire" "soggiogare", la stessa radice presente nel termine latino yugum,"giogo". La parola sanscrita è usata, secondo le diverse correnti Yoga, anche nel senso di "prassi", "unione con la divinità", " pratica devozionale".

Da un punto di vista generale potremmo affermare che lo Yoga è quel grande patrimonio della cultura indiana costituito da un multiforme complesso di tecniche tese al raccoglimento e all'unificazione dell'attività spirituale. Lo Yoga è essenzialmente metodo per il controllo della mente e dei sensi, come tale ha subito un millenario processo di perfezionamento attraverso rigorosi tirocini individuali. Adottato da differenti indirizzi di pensiero e da correnti religiose induiste, si è modificato notevolmente in relazione ai vari contesti;


perciò molti "yoga" rientrano nel significato generale che abbiamo dato, annoverando in esso le più diverse esperienze psico-fisiche e spirituali. Per l'ampiezza di significato esistenziale che possiede, lo Yoga, in particolar modo l'Hatha-yoga è oggi praticato anche da chi non ne conosce la profondità filosofica, ma vuole trarre da questa disciplina una generale armonizzazione della persona, un approfondimento introspettivo o semplicemente un incremento della salute.  La sua sperimentazione da parte dell'Occidente è divenuta fonte di scambio e arricchimento culturale e antropologico. Oggi lo Yoga, subordinato alle tendenze commerciali del momento, rischia di perdere la sua natura spirituale, riducendosi da grande via autorealizzativa ad un training  corporeo se non esclusivamente ginnico.


 Cenni storici e filosofici

Le origini dello Yoga si perdono nell'alveo nelle culture magico-primitive; sappiamo che in gran parte dell'Asia meridionale e sud-orientale esistevano anticamente pratiche basate sul controllo del respiro e della mente, dalle quali derivarono gradualmente sia le tecniche yogiche che quelle più propriamente taoiste. Testimonianze in merito compaiono già con la religione protostorica della valle dell'Indo; i reperti archeologici risalenti a ben tremila anni a.C. trovati a Mohenjo-Daro, tra cui la famosa statuetta del dio assiso nella posizione yogica di meditazione, fanno supporre che già in epoca pre-arya fossero presenti conoscenze e pratiche volte al dominio del corpo, della mente e delle energie vitali: un complesso di pratiche che dopo l'invasione degli Arya si integrò progressivamente nel nuovo contesto religioso. Rigveda samhita manoscritto anticoNel Rig-Veda (raccolta di inni religiosi composti gran parte intorno al 1000 a.C.) compaiono riferimenti a cultori di rigorose discipline ascetiche, possessori di facoltà miracolose conquistate attraverso tapas (ardore, energia spirituale). Nel corso del tempo piccole confraternite e comunità di asceti, dediti a tali esperienze, si sottrassero al rigido ordine castale brahmanico, isolandosi per praticare liberi da vincoli con l'ortodossia religiosa e con la società; per lo stile di vita e i valori ai quali s'ispirarono essi rappresentarono un elemento di rottura e rinnovamento della tradizione. La visione del mondo andava mutando, con la diffusione dell'ascetismo e l'approfondirsi del divario sociale delle caste, l'ottimismo che aveva caratterizzato il primo periodo vedico sfumò; una crescente inquietudine esistenziale portò questi ricercatori a interrogarsi sul significato della vita e sui modi per ottenere la salvazione dal dolore, che pareva ad essa connaturato;


la prassi yogica, lavorando sul corpo e sull'anima, accompagnava quest'opera di ricerca, trasformandosi così in un regale strumento di salvazione dal dolore di vivere.

  Icona tradizionale di Patanjali

patanjaliInfatti, nelle Upanishad del periodo antico e soprattutto medio, (scritti filosofici che vanno dal 700 al 300 a.C.) comparvero in grande copia riferimenti agli aspetti psicologici della salvazione, uniti a prescrizioni dettagliate sul controllo del respiro e sulla meditazione; qui il termine "yoga" assunse un significato pertinente. In particolar modo nell'epica lo Yoga rivestì un notevole rilievo: è infatti nel VI libro del Mahabharata, la Bhagavadgītā (ultimi secoli prima di Cristo), che il termine ricorre con ampio contenuto e con un'accezione mistica di unione dell’anima con Dio, chiaramente e accuratamente esplicitata in molti versi tra cui: VI 15 - Riportandosi così incessantemente all’unità, l’adepto della disciplina unitiva le cui facoltà mentali sono padroneggiate accede alla pace dove – fine supremo – si spegne ogni miseria, e che risiede in me. Lo Yoga raggiunse la sua forma "classica" e più conosciuta con gli Yogasutra di Patanjali (autore di incerta identità e collocazione, posto tra il II sec. a.C.e il V d.C); con quest'opera lo Yoga è considerato uno dei sei principali


sistemi filosofici brahmanici, definiti col termine darshana ("punto di vista") ed appartiene alla categoria dei sistemi interpretativi della realtà, a carattere essenzialmente pratico volto al fine della liberazione dalla sofferenza esistenziale. Esso condivise l'impostazione filosofica dualistica del Samkhya (visione fondamentalmente atea e dualistica del reale ), ponendo però l’idea di Dio (come Dio personale o Purusha) e, in accordo con l’ultima definizione della Gita, stabilì il fine ultimo dello Yoga nel superamento del dolore implicito dell'esistenza. Si può dire che lo Yoga in generale mutuò dal Samkhya l'indipendenza spirituale da ogni rivelazione intesa come dogma. Il testo si apre con la definizione “yogaschittavrttinirodhah”, lo Yoga è l'estinzione dei vortici mentali. Segue la descrizione di una disciplina rigorosa e infallibile per ragggiungere l’unità con l'Assoluto. Lo Yoga di Patanjali definendo i principi fondamentali del Rajayoga fissa questo cammino in otto stadi (da cui anche la definizione di Ashtanga Yoga): yama, niyama, asana, pranayama, pratyahara, dharana, dhyana, samadhi.

Yama e Niyama (le astensioni e le osservanze) costituiscono la base etica dello Yoga, regolano le relazioni con l'ambiente   sociale e naturale: impedendo la prevaricazione degli istinti egoici, promuovono il rinnovamento individuale attraverso l'assunzione di attitudini positive;

Asana e pranayama (posture e controllo del respiro) riguardano le tecniche e la capacità di attivazione e controllo dell'energia vitale;

Pratyahara (il controllo degli organi di senso) permette un risoluto ritiro dell’energia mentale dagli organi sensoriali e la pone al servizio della volontà;

Dharana e dhyana (concentrazione e meditazione) sono le fasi della volontaria focalizzazione dell'energia mentale  su un oggetto (interno o esterno al corpo, corporeo o incorporeo), e il mantenimento ininterrotto del flusso di coscienza sull'oggetto stesso;

Samadhi (perfetto raccoglimento) è uno stato che si sviluppa in diversi gradi: con "seme" quando il cosciente unificato col conosciuto riflette il significato del medesimo, mantenendo la separazione tra soggetto e oggetto,


senza "seme" quando il cosciente si fonde col conosciuto, realizzando la scomparsa della dualità.

Nonostante i vari tentativi di descrizione del samadhi, esso rimane comunque un'esperienza straordinaria non compiutamente descrivibile attraverso il linguaggio che si fonda appunto sulla dualità.

Gli Yogasutra non furono l'unica formulazione teorica, né la più diffusa; sebbene commentati e noti negli ambienti letterari indiani e occidentali rimasero il fondamento indiscusso delle scuole di yoga più tradizionali, testo imprescindibile di ogni serio praticante fino al giorno d’oggi.

YANTRASuccessivamente lo Yoga detto post-classico si discostò in forma più o meno sostanziale da questa impostazione. Le correnti più significative furono fortemente sensibili al Tantrismo (termine controverso coniato in Occidente che colloca i primi

testi tra il VI e il VII secolo d.C.). Qui le pratiche energetiche e rituali assunsero un ruolo fondamentale nel raggiungimento dell’obiettivo finale: la liberazione per mezzo del "desiderio" in ogni sua manifestazione, grazie all'immanenza divina in ogni aspetto cosmico e microcosmico. Sotto il termine Hatha-yoga troviamo numerose tecniche corporee e settori specifici d’esperienza fisica,  permeabili alle pratiche tantriche, che si svilupparono con grande considerazione della purificazione e perfettibilità corporea. Ma insieme al cosiddetto Tantrismo  prese corpo una visione non duale della realtà, che tese a superare il dualismo dell'antico Samkhya. La visione Advaita-Vedanta, espressa dal grande filosofo e saggio Adi Shankaracharya (788-820 d.C.),  riaffermava ora l’unicità del Reale, e  ridava vitalità all'Induismo fiaccato dal successo del Buddismo.


Un testo in cui si espresse formalmente questo orientamento fu lo Yoga Vasistha (XI-XIV sec. d.C.), dove il mondo, nelle sue molteplici manifestazioni spazio temporali, appare come il cosmico gioco della Coscienza. Secondo la tradizione la lettura del testo porterebbe alla liberazione. 

 Sviluppi moderni

Nel XIX secolo lo Yoga si apriva con prudenza ma definitivamente al mondo extra indiano attraverso maestri e divulgatori. All’interno della più ampia compagine del Vedanta si andava delineando una visione più aperta alla valutazione positiva dell’azione sociale. Il sistema delle relazioni umane divenne il contesto dove l’unione con Dio si effondeva oltre i limiti della ricerca individuale, attuandosi in opere filantropiche e grandi centri di diffusione e studio sia in India che in Occidente, che si sviluppavano per effetto della devozione e dell’ispirazione che il Guru generava. Premesso che per il mondo dello Yoga la notorietà riveste un valore secondario se non  addirittura rischioso per la realizzazione finale, per cui grandi anime rimangono sconosciute ai più senza perciò perdere l'efficacia del loro contributo spirituale, è impossibile parlare qui di tutte le numerose figure note negli ultimi due secoli, ma ricordiamo almeno qualche personalità significativa  per l'apertura verso l'Occidente, la divulgazione, l'impegno sociale e l'emersione della figura femminile. 

ramakrishnaIl mistico bengalese Gadadhar Chattopadyay, noto come Shri Ramakrishna Paramahansa (1836-1886) fu figlio di brahmani molto poveri, anima straordinaria, dalla condotta a volte inconsueta. Ramakrishna superò i limiti culturali della categorizzazione religiosa, sperimentò l’ascesi attraverso la via Hindù (Tantrismo e Vedanta), l’Islam e il


Cristianesimo, sostenne la profonda unità tra le religioni e il superamento di ogni settarismo, fu venerato come santo da appartenenti a diverse professioni di fede.

vivekanandaTra i primi propagatori in Occidente vi fu Narendranath Dutta conosciuto come Vivekananda (1863-1902); dopo la formazione di tipo occidentale divenne discepolo di Ramakrishna, ne proseguì la missione fondando la “Ramakrishna mission” e centri sparsi in tutta l’India, dediti ad opere caritatevoli; conferenziere di successo in Europa e negli Stati Uniti (Congresso delle religioni, Chicago 1893), promosse con grande passione la conoscenza del Vedanta, adattandolo con perspicacia alla mentalità occidentale e incoraggiando ovunque lo spirito di fraterna comprensione tra l’India e le altre culture. Nei suoi numerosi viaggi si circondò di discepoli, amici ed intellettuali tra cui il filosofo americano William James e gli indologi Max Muller e Paul Deussen. Si spense a soli trentanove anni nel monastero di Belur.

YOGANANDAPiù tardi anche Mukunda Lal Ghosh noto come Paramahamsa Yogananda (1893-1952), discepolo di Sri Yukteshwar, esemplare testimone della ricerca tenace e risoluta di Dio coronata dal successo, giunse a Boston nel 1920 come delegato indiano al Congresso dei liberali religiosi, si stabilì definitivamente negli Stati Uniti fondando a Los Angeles la “Self Realization Fellowship”, organizzazione tuttora attiva in tutto il mondo. Grande estimatore di Ramakrishna sostenne l’unità fondamentale dei principi insegnati dal Cristo con lo Yoga originale di Bhagavan Krishna e indicò la strada maestra dell’unione con Dio nelle tecniche rigorose di meditazione del Kriya yoga secondo la tradizione di Babaji-Krishna, lo yogi immortale dell’Himalaya.


Fu l’autore del celeberrimo Autobiografia di uno Yogi (1947), testo di grande impatto spirituale per moltissimi praticanti, testimonianza senza precedenti dell’antico tirocinio yogico narrato con linguaggio moderno e avvincente. Dopo circa trent’anni d’insegnamento e proselitismo Yogananda lasciò il corpo nel 1952, manifestando i segni miracolosi dell’incorruttibilità, davanti ai quali la scienza non poté che constatarne il fenomeno.

shivanandaUn'altra grande figura importante per la diffusione in Occidente dello Yoga, del suo insegnamento e dei centri che ne sono portatori, fu Swami Shivananda Saraswati (1887-1963). Kuppuswami (così chiamato alla nascita), esercitò la professione medica con dedizione e speciale umanità per dieci anni nella Malesia Britannica prima di dedicarsi  alla vita spirituale. A Rishikesh incontrò infine il suo maestro, Vishvananda Saraswati che lo iniziò alla vita monastica. Trascorse circa un decennio di ritiro ascetico, conseguendo i poteri paranormali e l'illuminazione. Nel '36 fondò la Divine Life Society e nel 1948 la Yoga Vedantic Forest Academy ed altri istituzioni di scienza yogica, che ebbero analoghi centri in tutto il mondo. In tutta la sua vita, trascorsa esclusivamente in India,  scrisse più di duecento libri di carattere filosofico e di pratica yogica, che seppero ispirare migliaia di ricercatori, sua fu la famosa serie di asana detta sequenza Rishikesh.

 

ANANDAMOYMARimanendo in ambito indiano Nirmala Sundari Devi, (1896-1982) nota come Anandamoy Ma, fu una donna di eccezionale  realizzazione. Sin bambina mostrò attitudini singolari che con l’età adulta si rivelarono come le caratteristiche inconfutabili della completa unità col Divino, mostrando poteri paranormali come bilocazione, veggenza, guarigioni miracolose, estasi, trasfigurazioni e digiuni prolungati.


Non ebbe alcun Guru e si autoiniziò eseguendo alla perfezione il rito prescritto, senza averlo mai appreso formalmente; sebbene non ricevette una regolare istruzione, manifestò la conoscenza di profonde questioni filosofiche disaminate dai testi sacri alla tradizione, nonché la capacità di discorrere di argomenti scientifici usando termini appropriati. Testimoniò per tutta l’India quello che per secoli anche nella tradizione dello Yoga fu precluso alla maggior parte delle donne: dare piena dedizione alla chiamata della propria vocazione interiore e al prodigo operato di insegnamento spirituale, ispirando centri in tutta l’India, Europa e America e radunando intorno a sé molti devoti. Paramahansa Yogananda nel 1936 e Gandhi nel 1941 ne onorarono la santità recandosi personalmente al suo cospetto.

AUROBINDOAravinda Ghose (1872-1950), noto come Aurobindo,  intellettuale e mistico formatosi in Inghilterra, acquisì un'eccellente conoscenza della cultura europea nonché delle sue lingue antiche e moderne .  Al suo ritorno in India nel 1893 approfondì la conoscenza dell'Induismo, assunse cariche pubbliche ed accademiche. Dedito alla letteratura, poesia e giornalismo  attivò anche una fervida militanza rivoluzionaria di liberazione nazionale, fu grande estimatore di Giuseppe Mazzini, dal quale prese ispirazione ideale e politica. Nel 1909 subì per un anno la prigionia britannica, dove maturò esperienze interiori spiritualiLa febbrile attività rivoluzionaria finì nel 1910 con il ritiro dalla militanza. Rifugiatosi a Pondichèry, vi rimmarrà per il resto dei suoi giorni, proseguendo la sua intensa attività culturale ed epistolare; negli anni della seconda guerra cercò di far capire invano anche a Ghandi l'importanza di contrastare il pericolo nazista e approvò pubblicamente l'azione degli Alleati. Formulò compiutamente insieme alla sua compagna spirituale Mirra Alfassa (la Mère), la sua visione dello Yoga.


Ne La sintesi dello Yoga, la sua opera filosofica più nota, fonde gli aspetti devozionali (bhaktiyoga), di conoscenza (jnanayoga) e di azione (karmayoga) nella trasfigurazione divina della materia, quale compito umano, dando così una nuova impronta alla prospettiva mistica tradizionale. Aurobindo parlò della sua produzione intellettuale come testimonza dell'accesso alle verità metafisiche attraverso la pratica meditativa, e non come risultato di mera speculazione.

 GANDHIMohandas Karamchand Gandhi (1869 –1948), celebre e principale protagonista della battaglia per l’indipendenza nazionale indiana, maestro di vita, attuò con rigore la prospettiva del Karmayoga: azione disinteressata e offerta a Dio. Teorizzò la rigenerazione sociale e politica del mondo con l'arma della forza spirituale, praticando la non violenza, la comprensione e la tolleranza, sotto il principio fondamentale del Satyagraha, (sat , Essere/Vero e agraha, fermezza/forza). Gandhi propose l’osservanza dei primi due livelli dell’Asthanga yoga di Patanjali (che tradizionalmente erano riservati agli asceti), a tutti gli esseri umani senza distinzioni; in particolare il primo di questi, aimsha, la non violenza, fu per lui il requisito vincolante della vita politica e sociale. Commentatore della Bhagavad-gita che introduce col titolo “Yoga del non attaccamento” ne fece la propria costante ispiratrice. Di quest’opera ne sottolineò con forza i versi che orientarono la sua pratica yogica quotidiana: la ripetizione del nome di Dio, come Rama, suono sacro che pronunciò fino in punto di morte.

amma ritrattoInfine ricordiamo Sudhami o Mata Amritanandamayi Devi (1953 -)nota in tutto il mondo per il suo inedito modo di trasmettere il messaggio di amore universale: l’abbraccio personale e individuale. Di umilissime origini nasce in un piccolo villaggio di pescatori del Kerala, nonostante forti incomprensioni e ostacoli familiari raggiunge la sua piena realizzazione e inizia la sua opera nel mondo.


Con l'abbraccio, gesto rivoluzionario Amma (madre) spezza le proibizioni del mondo hindù, riguardo alle forme del contatto fisico che la donna deve osservare, e gli conferisce il più elevato significato culturale e spirituale. Il suo messaggio fondamentale è il risveglio della maternità universale in tutte e per tutte le creature senza distinzione alcuna, una maternità che trascende i limiti dell'appartenenza al genere femminile e si scopre valore cosmico e divino. Fondatrice di importanti centri filantropici nazionali e internazionali di soccorso e assistenza, è impegnata in regolari tours in tutto il mondo, dove si consta abbia abbracciato milioni di persone di ogni razza cultura e religione.

HATHA YOGA , una via.

Lo Yoga nella sua vastità di forme e scuole offre diversi ambiti esperenziali che il praticante sceglierà secondo l’attitudine personale. Ognuno di questi è caratterizzato pragmaticamente ma non qualifica il fine supremo che rimane identico  per tutte le pratiche adottate.

Si possono distinguere quattro grandi aree generali che sono anche i principali aspetti dell'ascesa spirituale, note come  Karmayoga (dell'azione disinteressata), Bhaktiyoga (dell'amore devozionale), Rajayoga (della disciplina mentale), Janayoga (della conoscienza discriminativa). Altri contesti pratici ancora si aggiungono compenetrandosi vicendevolmente e raggruppandosi spesso sotto uno o l’altro termine principale, ragion per cui le distinzioni rigide diventano inadeguate nel trattare le varie correnti e spesso fuorvianti per una reale comprensione dello Yoga.  

papiro hathayoga pradipikaL'Hathayoga  è una forma yogica codificata, in età "post-classica" (tra il XV e il XVI sec. d.C.), da alcuni testi rappresentativi come l'Hathayogapradipika, la Gherandasamita e la Shivandasamita. Esso affonda le sue radici nell'antico sciamanesimo, attinge alcuni aspetti dalla tradizione vedica, che considera l'esistenza come un


tessuto di forze correlate, ma è soprattutto legato al Tantrismo.Quest'ultimo, trasversale a diverse correnti religiose e influente dai primi secoli dell'era cristiana al XVIII sec, recuperò fortemente l'idea di un principio cosmico femminile, sostenne la coincidenza degli opposti e invitò alla sperimentazione del sacro nel mondo fisico e vivente. Compenetrandosi di elementi tantrici l'Hathayoga allontanava il pessimismo e l'ascetismo upanishadici in favore di una "sacralizzazione" del corpo: da fonte d'ogni patimento esso divenne lo strumento di cui disporre per attuare un processo di liberazione di tipo alchemico, quindi, non la negazione della corporeità ma la purificazione e la conservazione della salute il più a lungo possibile perché il corpo divenga lo strumento per il suo stesso trascendimento. Nell'Hathayoga la fisiologia umana si rende "mistica", diventa lo specchio di una fisiologia cosmica. I principi di dispersione e di riunificazione che governano il macrocosmo sono gli stessi con cui lo yogin lavora sulla sua persona: la riunificazione delle energie polari maschili e femminili equivale così a ripercorrere a ritroso il processo cosmico, dalla dispersione si ritorna alla ricostituzione dell'unità primordiale. Il termine "hathayoga" rimanda all'unione del polo positivo (ha, sole) e di quello negativo (tha, luna), perseguita con "forza" e "pertinacia".

La ferrea determinazione degli antichi cultori lo ha inteso anche come lo Yoga "violento" proprio per indicarne il carattere rigoroso e radicale che era richiesto agli asceti.

Dall'armonioso accordo delle due energie polari dipendono la salute, l'equilibrio della persona e l'autorealizzazione. La struttura energetica cosiddetta "mistica" o "sottile", cui in generale fanno riferimento i testi antichi e moderni di Hathayoga, non è immediatamente percepibile e pienamente corrispondente alla scienza anatomica e fisiologica occidentale; essa è stata colta sperimentalmente dagli yogin per mezzo di una sensibilità non ordinaria, e in riferimento ad un preciso contesto simbolico.


Sommariamente si può affermare che tale struttura è costituita da una rete di canali (nadi) che veicolano l'energia vitale (prana) per tutta l'unità corporea; i due principali: ida e pingala sono portatori di "soffi" opposti: l'attività dello yogin li fa confluire in un condotto centrale (sushumna) presso la colonna vertebrale, impedendone la dispersione verso gli organi di senso, e ne promuove la tensione verso l'alto. Qui, in corrispondenza dei plessi nervosi, nei centri pranici (chakra) fluirà l'energia femminile (Shakti) dalla sua estremità inferiore (in prossimità del coccige) a quella superiore (in prossimità del sommo cranico), dove si unirà all'energia maschile, (Shiva) unendo i due poli dell'essere.

Le posture adottate nell'Hatha-yoga sciolgono i blocchi energetici e permettono una miglior circolazione del prana, che può essere maggiormente concentrato con contrazioni muscolari (banda) e "sigillato" mediante particolari gesti (mudra); le pratiche respiratorie completano l'intervento ad un livello più sottile, agendo direttamente sul piano energetico e mentale: la sottile consapevolezza del respiro induce la capacità di arrestare o convogliare il flusso dei pensieri così come si ritma o si arresta coscientemente la respirazione. Frequenti nelle pratiche di Hathayoga è la pronuncia o concentrazioni su suoni particolari (mantra) o simboli visivi (yantra).

Il suono "AUM" che si condensa in "OM", è considerato il seme di tutti i mantra. Uno dei suoi numerosissimi significati è di essere manifestazione udibile del "suono" non udibile (nada), la vibrazione che scinde l'unità primordiale dell’Essere e da origine al cosmo. Nelle pratiche di kriya yoga il suono è sopratutto percepito durante la meditazione. Oggigiorno in Occidente l'Hathayoga è per lo più connotato da un approccio dolce e privo dei caratteri estremi che fanno tuttavia parte della sua storia. Data la sua natura nettamente pragmatica e duttile l'Hathayoga fu ed è tuttora praticato con orientamenti e finalità molto differenti tra loro.


Ora scuole e indirizzi si vanno moltiplicando in modo vertiginoso, riflettendo i ritmi “tecnologici” della vita contemporanea, accostandosi efficacemente alle discipline mediche, sportive e artistiche, ma spesso correndo il rischio di dimenticare la profonda unitarietà di significato che ne caratterizza l’origine e sopratutto il fine. Concludiamo questi brevi cenni esplicativi con le  pragmatiche parole che la tradizione ci trasmette, dedicate a chi voglia intraprendere questo cammino.           

   Lo Yoga, o Arjuna,

non è per chi mangia troppo né per chi non mangia affatto,

né per chi ha l’abitudine di dormire troppo o per chi

[al contrario]rimane [sempre] sveglio.  

Chi regola convenientemente i propri pasti

e i propri riposi, gli sforzi nell’azione

e la parte da assegnare al sonno e alla veglia,

a lui appartiene lo Yoga distruttore della sofferenza.

 

  (Bhagavad Gita, VI, 16-17)

 

 

 

 

 

 

 

 

Ultimo aggiornamento Martedì 31 Gennaio 2012 14:11