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| Scritto da Emanuela Carboni |
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YOGA A cura di Emanuela Carboni - A.C.S.D. "IL FIORE D'ORO" Significato generale L'etimologia del termine yoga ci avvia alla comprensione del suo significato, tutto implicito nella radice indoeuropea yuj, che significa "tenere stretto", "unire" "soggiogare", la stessa radice presente nel termine latino yugum,"giogo". La parola sanscrita è usata, secondo le diverse correnti Yoga, anche nel senso di "prassi", "unione con la divinità", " pratica devozionale". Da un punto di vista generale potremmo affermare che lo Yoga è quel grande patrimonio della cultura indiana costituito da un multiforme complesso di tecniche tese al raccoglimento e all'unificazione dell'attività spirituale. Lo Yoga è essenzialmente metodo per il controllo della mente e dei sensi, come tale ha subito un millenario processo di perfezionamento attraverso rigorosi tirocini individuali. Adottato da differenti indirizzi di pensiero e da correnti religiose induiste, si è modificato notevolmente in relazione ai vari contesti; perciò molti "yoga" rientrano nel significato generale che abbiamo dato, annoverando in esso le più diverse esperienze psico-fisiche e spirituali. Per l'ampiezza di significato esistenziale che possiede, lo Yoga, in particolar modo l'Hatha-yoga è oggi praticato anche da chi non ne conosce la profondità filosofica, ma vuole trarre da questa disciplina una generale armonizzazione della persona, un approfondimento introspettivo o semplicemente un incremento della salute. La sua sperimentazione da parte dell'Occidente è divenuta fonte di scambio e arricchimento culturale e antropologico. Oggi lo Yoga, subordinato alle tendenze commerciali del momento, rischia di perdere la sua natura spirituale, riducendosi da grande via autorealizzativa ad un training corporeo se non esclusivamente ginnico. Cenni storici e filosofici Le origini dello Yoga si perdono nell'alveo nelle culture magico-primitive; sappiamo che in gran parte dell'Asia meridionale e sud-orientale esistevano anticamente pratiche basate sul controllo del respiro e della mente, dalle quali derivarono gradualmente sia le tecniche yogiche che quelle più propriamente taoiste. Testimonianze in merito compaiono già con la religione protostorica della valle dell'Indo; i reperti archeologici risalenti a ben tremila anni a.C. trovati a Mohenjo-Daro, tra cui la famosa statuetta del dio assiso nella posizione yogica di meditazione, fanno supporre che già in epoca pre-arya fossero presenti conoscenze e pratiche volte al dominio del corpo, della mente e delle energie vitali: un complesso di pratiche che dopo l'invasione degli Arya si integrò progressivamente nel nuovo contesto religioso. la prassi yogica, lavorando sul corpo e sull'anima, accompagnava quest'opera di ricerca, trasformandosi così in un regale strumento di salvazione dal dolore di vivere. Icona tradizionale di Patanjali
sistemi filosofici brahmanici, definiti col termine darshana ("punto di vista") ed appartiene alla categoria dei sistemi interpretativi della realtà, a carattere essenzialmente pratico volto al fine della liberazione dalla sofferenza esistenziale. Esso condivise l'impostazione filosofica dualistica del Samkhya (visione fondamentalmente atea e dualistica del reale ), ponendo però l’idea di Dio (come Dio personale o Purusha) e, in accordo con l’ultima definizione della Gita, stabilì il fine ultimo dello Yoga nel superamento del dolore implicito dell'esistenza. Si può dire che lo Yoga in generale mutuò dal Samkhya l'indipendenza spirituale da ogni rivelazione intesa come dogma. Il testo si apre con la definizione “yogaschittavrttinirodhah”, lo Yoga è l'estinzione dei vortici mentali. Segue la descrizione di una disciplina rigorosa e infallibile per ragggiungere l’unità con l'Assoluto. Lo Yoga di Patanjali definendo i principi fondamentali del Rajayoga fissa questo cammino in otto stadi (da cui anche la definizione di Ashtanga Yoga): yama, niyama, asana, pranayama, pratyahara, dharana, dhyana, samadhi. Yama e Niyama (le astensioni e le osservanze) costituiscono la base etica dello Yoga, regolano le relazioni con l'ambiente sociale e naturale: impedendo la prevaricazione degli istinti egoici, promuovono il rinnovamento individuale attraverso l'assunzione di attitudini positive; Asana e pranayama (posture e controllo del respiro) riguardano le tecniche e la capacità di attivazione e controllo dell'energia vitale; Pratyahara (il controllo degli organi di senso) permette un risoluto ritiro dell’energia mentale dagli organi sensoriali e la pone al servizio della volontà; Dharana e dhyana (concentrazione e meditazione) sono le fasi della volontaria focalizzazione dell'energia mentale su un oggetto (interno o esterno al corpo, corporeo o incorporeo), e il mantenimento ininterrotto del flusso di coscienza sull'oggetto stesso; Samadhi (perfetto raccoglimento) è uno stato che si sviluppa in diversi gradi: con "seme" quando il cosciente unificato col conosciuto riflette il significato del medesimo, mantenendo la separazione tra soggetto e oggetto, senza "seme" quando il cosciente si fonde col conosciuto, realizzando la scomparsa della dualità. Nonostante i vari tentativi di descrizione del samadhi, esso rimane comunque un'esperienza straordinaria non compiutamente descrivibile attraverso il linguaggio che si fonda appunto sulla dualità. Gli Yogasutra non furono l'unica formulazione teorica, né la più diffusa; sebbene commentati e noti negli ambienti letterari indiani e occidentali rimasero il fondamento indiscusso delle scuole di yoga più tradizionali, testo imprescindibile di ogni serio praticante fino al giorno d’oggi.
testi tra il VI e il VII secolo d.C.). Qui le pratiche energetiche e rituali assunsero un ruolo fondamentale nel raggiungimento dell’obiettivo finale: la liberazione per mezzo del "desiderio" in ogni sua manifestazione, grazie all'immanenza divina in ogni aspetto cosmico e microcosmico. Sotto il termine Hatha-yoga troviamo numerose tecniche corporee e settori specifici d’esperienza fisica, permeabili alle pratiche tantriche, che si svilupparono con grande considerazione della purificazione e perfettibilità corporea. Ma insieme al cosiddetto Tantrismo prese corpo una visione non duale della realtà, che tese a superare il dualismo dell'antico Samkhya. La visione Advaita-Vedanta, espressa dal grande filosofo e saggio Adi Shankaracharya (788-820 d.C.), riaffermava ora l’unicità del Reale, e ridava vitalità all'Induismo fiaccato dal successo del Buddismo. Un testo in cui si espresse formalmente questo orientamento fu lo Yoga Vasistha (XI-XIV sec. d.C.), dove il mondo, nelle sue molteplici manifestazioni spazio temporali, appare come il cosmico gioco della Coscienza. Secondo la tradizione la lettura del testo porterebbe alla liberazione. Sviluppi moderni Nel XIX secolo lo Yoga si apriva con prudenza ma definitivamente al mondo extra indiano attraverso maestri e divulgatori. All’interno della più ampia compagine del Vedanta si andava delineando una visione più aperta alla valutazione positiva dell’azione sociale. Il sistema delle relazioni umane divenne il contesto dove l’unione con Dio si effondeva oltre i limiti della ricerca individuale, attuandosi in opere filantropiche e grandi centri di diffusione e studio sia in India che in Occidente, che si sviluppavano per effetto della devozione e dell’ispirazione che il Guru generava. Premesso che per il mondo dello Yoga la notorietà riveste un valore secondario se non addirittura rischioso per la realizzazione finale, per cui grandi anime rimangono sconosciute ai più senza perciò perdere l'efficacia del loro contributo spirituale, è impossibile parlare qui di tutte le numerose figure note negli ultimi due secoli, ma ricordiamo almeno qualche personalità significativa per l'apertura verso l'Occidente, la divulgazione, l'impegno sociale e l'emersione della figura femminile.
Cristianesimo, sostenne la profonda unità tra le religioni e il superamento di ogni settarismo, fu venerato come santo da appartenenti a diverse professioni di fede.
Fu l’autore del celeberrimo Autobiografia di uno Yogi (1947), testo di grande impatto spirituale per moltissimi praticanti, testimonianza senza precedenti dell’antico tirocinio yogico narrato con linguaggio moderno e avvincente. Dopo circa trent’anni d’insegnamento e proselitismo Yogananda lasciò il corpo nel 1952, manifestando i segni miracolosi dell’incorruttibilità, davanti ai quali la scienza non poté che constatarne il fenomeno.
Non ebbe alcun Guru e si autoiniziò eseguendo alla perfezione il rito prescritto, senza averlo mai appreso formalmente; sebbene non ricevette una regolare istruzione, manifestò la conoscenza di profonde questioni filosofiche disaminate dai testi sacri alla tradizione, nonché la capacità di discorrere di argomenti scientifici usando termini appropriati. Testimoniò per tutta l’India quello che per secoli anche nella tradizione dello Yoga fu precluso alla maggior parte delle donne: dare piena dedizione alla chiamata della propria vocazione interiore e al prodigo operato di insegnamento spirituale, ispirando centri in tutta l’India, Europa e America e radunando intorno a sé molti devoti. Paramahansa Yogananda nel 1936 e Gandhi nel 1941 ne onorarono la santità recandosi personalmente al suo cospetto.
Ne La sintesi dello Yoga, la sua opera filosofica più nota, fonde gli aspetti devozionali (bhaktiyoga), di conoscenza (jnanayoga) e di azione (karmayoga) nella trasfigurazione divina della materia, quale compito umano, dando così una nuova impronta alla prospettiva mistica tradizionale. Aurobindo parlò della sua produzione intellettuale come testimonza dell'accesso alle verità metafisiche attraverso la pratica meditativa, e non come risultato di mera speculazione.
Con l'abbraccio, gesto rivoluzionario Amma (madre) spezza le proibizioni del mondo hindù, riguardo alle forme del contatto fisico che la donna deve osservare, e gli conferisce il più elevato significato culturale e spirituale. Il suo messaggio fondamentale è il risveglio della maternità universale in tutte e per tutte le creature senza distinzione alcuna, una maternità che trascende i limiti dell'appartenenza al genere femminile e si scopre valore cosmico e divino. Fondatrice di importanti centri filantropici nazionali e internazionali di soccorso e assistenza, è impegnata in regolari tours in tutto il mondo, dove si consta abbia abbracciato milioni di persone di ogni razza cultura e religione. HATHA YOGA , una via. Lo Yoga nella sua vastità di forme e scuole offre diversi ambiti esperenziali che il praticante sceglierà secondo l’attitudine personale. Ognuno di questi è caratterizzato pragmaticamente ma non qualifica il fine supremo che rimane identico per tutte le pratiche adottate. Si possono distinguere quattro grandi aree generali che sono anche i principali aspetti dell'ascesa spirituale, note come Karmayoga (dell'azione disinteressata), Bhaktiyoga (dell'amore devozionale), Rajayoga (della disciplina mentale), Janayoga (della conoscienza discriminativa). Altri contesti pratici ancora si aggiungono compenetrandosi vicendevolmente e raggruppandosi spesso sotto uno o l’altro termine principale, ragion per cui le distinzioni rigide diventano inadeguate nel trattare le varie correnti e spesso fuorvianti per una reale comprensione dello Yoga.
tessuto di forze correlate, ma è soprattutto legato al Tantrismo.Quest'ultimo, trasversale a diverse correnti religiose e influente dai primi secoli dell'era cristiana al XVIII sec, recuperò fortemente l'idea di un principio cosmico femminile, sostenne la coincidenza degli opposti e invitò alla sperimentazione del sacro nel mondo fisico e vivente. Compenetrandosi di elementi tantrici l'Hathayoga allontanava il pessimismo e l'ascetismo upanishadici in favore di una "sacralizzazione" del corpo: da fonte d'ogni patimento esso divenne lo strumento di cui disporre per attuare un processo di liberazione di tipo alchemico, quindi, non la negazione della corporeità ma la purificazione e la conservazione della salute il più a lungo possibile perché il corpo divenga lo strumento per il suo stesso trascendimento. Nell'Hathayoga la fisiologia umana si rende "mistica", diventa lo specchio di una fisiologia cosmica. I principi di dispersione e di riunificazione che governano il macrocosmo sono gli stessi con cui lo yogin lavora sulla sua persona: la riunificazione delle energie polari maschili e femminili equivale così a ripercorrere a ritroso il processo cosmico, dalla dispersione si ritorna alla ricostituzione dell'unità primordiale. Il termine "hathayoga" rimanda all'unione del polo positivo (ha, sole) e di quello negativo (tha, luna), perseguita con "forza" e "pertinacia". La ferrea determinazione degli antichi cultori lo ha inteso anche come lo Yoga "violento" proprio per indicarne il carattere rigoroso e radicale che era richiesto agli asceti. Dall'armonioso accordo delle due energie polari dipendono la salute, l'equilibrio della persona e l'autorealizzazione. La struttura energetica cosiddetta "mistica" o "sottile", cui in generale fanno riferimento i testi antichi e moderni di Hathayoga, non è immediatamente percepibile e pienamente corrispondente alla scienza anatomica e fisiologica occidentale; essa è stata colta sperimentalmente dagli yogin per mezzo di una sensibilità non ordinaria, e in riferimento ad un preciso contesto simbolico. Sommariamente si può affermare che tale struttura è costituita da una rete di canali (nadi) che veicolano l'energia vitale (prana) per tutta l'unità corporea; i due principali: ida e pingala sono portatori di "soffi" opposti: l'attività dello yogin li fa confluire in un condotto centrale (sushumna) presso la colonna vertebrale, impedendone la dispersione verso gli organi di senso, e ne promuove la tensione verso l'alto. Qui, in corrispondenza dei plessi nervosi, nei centri pranici (chakra) fluirà l'energia femminile (Shakti) dalla sua estremità inferiore (in prossimità del coccige) a quella superiore (in prossimità del sommo cranico), dove si unirà all'energia maschile, (Shiva) unendo i due poli dell'essere. Le posture adottate nell'Hatha-yoga sciolgono i blocchi energetici e permettono una miglior circolazione del prana, che può essere maggiormente concentrato con contrazioni muscolari (banda) e "sigillato" mediante particolari gesti (mudra); le pratiche respiratorie completano l'intervento ad un livello più sottile, agendo direttamente sul piano energetico e mentale: la sottile consapevolezza del respiro induce la capacità di arrestare o convogliare il flusso dei pensieri così come si ritma o si arresta coscientemente la respirazione. Frequenti nelle pratiche di Hathayoga è la pronuncia o concentrazioni su suoni particolari (mantra) o simboli visivi (yantra). Il suono "AUM" che si condensa in "OM", è considerato il seme di tutti i mantra. Uno dei suoi numerosissimi significati è di essere manifestazione udibile del "suono" non udibile (nada), la vibrazione che scinde l'unità primordiale dell’Essere e da origine al cosmo. Nelle pratiche di kriya yoga il suono è sopratutto percepito durante la meditazione. Oggigiorno in Occidente l'Hathayoga è per lo più connotato da un approccio dolce e privo dei caratteri estremi che fanno tuttavia parte della sua storia. Data la sua natura nettamente pragmatica e duttile l'Hathayoga fu ed è tuttora praticato con orientamenti e finalità molto differenti tra loro. Ora scuole e indirizzi si vanno moltiplicando in modo vertiginoso, riflettendo i ritmi “tecnologici” della vita contemporanea, accostandosi efficacemente alle discipline mediche, sportive e artistiche, ma spesso correndo il rischio di dimenticare la profonda unitarietà di significato che ne caratterizza l’origine e sopratutto il fine. Concludiamo questi brevi cenni esplicativi con le pragmatiche parole che la tradizione ci trasmette, dedicate a chi voglia intraprendere questo cammino. Lo Yoga, o Arjuna, non è per chi mangia troppo né per chi non mangia affatto, né per chi ha l’abitudine di dormire troppo o per chi [al contrario]rimane [sempre] sveglio. Chi regola convenientemente i propri pasti e i propri riposi, gli sforzi nell’azione e la parte da assegnare al sonno e alla veglia, a lui appartiene lo Yoga distruttore della sofferenza.
(Bhagavad Gita, VI, 16-17)
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| Ultimo aggiornamento Martedì 31 Gennaio 2012 14:11 |